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    Annaurla
    Giacobino, Sdralevich
    Nidasio
    Donnelly
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    E. Leoni
    Pat
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    NR
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    Livia, Pat
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    Sara
    Mango, Ila
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    Lupo
    Roz
    E. Leoni, Livia, Pat
    bulander, Nardi
    Ila
    Nidasio



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  3. PENSIERI DI
    UNA MISOGINA

    di Margherita Giacobino

    Lo scorso 8 marzo, giornata mondiale che celebra la violenza sulle donne, alla radio c’era una maratona di testi recitati e rantolati da novantasette attrici che raccontavano storie di donne picchiate, violentate, massacrate e molestate dagli uomini. Stremata, sono uscita di casa e c’era il corteo delle donne, e in piazza un furgone da cui una ragazza col microfono elencava altre violenze, così da non rompere la continuità della festa. Queste iniziative mi hanno fatto pensare alla profonda ingiustizia che regna su questa terra: gli uomini possono maltrattare le donne a piacere, perché io no? Per consolarmi, ho scritto questi pensieri:

    Donne che non ho ucciso
    (ma mi sarebbe piaciuto)

    La mia maestra
    Anziana zitella romantica e sadica, adepta delle punizioni corporali e dell’umiliazione come metodo educativo, ci insegnava che tutte le mamme sono buone, tutti i papà sono forti; le bambine brave disegnano, si vestono e pensano in colori pastello; la prima della classe non può essere figlia di contadini e neanche di droghieri, ma del sindaco o del dottore; le meridionali sono sporche; mangiare caramelle in classe è reato, farsi la pipì addosso, sintomo di possessione diabolica. Per fortuna ormai è estinta, ma si ritiene che il numero delle sue vittime – bambine trasformate in donnine – sia incalcolabile.

    La collega emancipata
    L’ho incontrata al bar interno, beveva succo di papaia abbracciata a un sindacalista facile, il suo sguardo m’ha detto: ‘Questo ufficio è troppo piccolo per noi due’. Fedele al principio ‘Solo una donna può farcela’, considera l’aggressività il suo pregio principale. Porta tacchi altissimi di cui, all’occasione, si serve per pugnalare le rivali (i famosi stiletto heels). Ha sposato l’uomo invisibile; ha in media due terzi di figlio (l’altro terzo l’ha dato indietro perché difettoso) e tre tate, la sua relazione più intima è con l’auricolare del cellulare.

    La mafiosa perbene
    Ha il privilegio nel sangue, ovunque vada instaura il vassallaggio, si fa servire languidamente, non paga le multe, non fa le code, va a teatro gratis, pratica il nepotismo e il cognatismo con grande expertise, compravende alloggi in nero, vince tutti i concorsi anche senza presentarsi, è cinica, mondana e ipocondriaca, una vera femmina italiana di classe. Sposa un barone, un primario o un politico, i figli se li fa fare in Cina, che costano meno e quando si rompono li cambi e via.

    La portinaia di via delle Angustie
    Vive in piccoli spazi, ha per orizzonte il cortile e per occhio una telecamera, coltiva piantine di basilico e grandi rancori. Vittima del suo destino subalterno, gli oppone un netto rifiuto evitando di svolgere le sue mansioni che odia, ma che non lascerebbe mai, ritenendo suo inalienabile diritto l’essere vittima di un destino subalterno e coltivare grandi rancori. Il suo terreno di coltura ideale sono i regimi totalitari, nei quali farebbe certamente carriera come delatrice di caseggiato o guardiana della pubblica morale.

    La mamma del figlio maschio
    Lo contempla, lo bacia, lo ingrassa, annuncia con orgoglio che è prepotente e comanda lui. Spinge avanti il pancione, la carrozzina, il passeggino come una spada fiammeggiante, la folla si apre al suo passaggio, il suo ingresso al supermarket è trionfale. Quando il figlio picchia la sorellina o un compagno d’asilo prova un intimo tripudio: è un vero maschio. Quando lui non riesce più a muoversi da quanto è grasso, cerca di metterlo a dieta ma ormai è troppo tardi: il figlio maschio si guarda attorno con occhi famelici, e la prima cosa che vede è, ovviamente, lei, la Mamma.

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  9. Cartoline
    da Istanbul

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  12. Nuvole
    di lavoro

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  13. La mia prima volta
    da rovinafamiglie

    Una storia vera
    di Clara Rizzitelli

    Qualche mese fa ricevo una telefonata dalle amiche torinesi che lavorano in un rifugio sui monti, ché oramai per riuscire a campare bisogna spostarsi nelle aree rurali non importa se sei illustratore, ingegnere, storico, sociologo o linguista. Mi dicono guarda vicino a noi un tizio con un’azienda agricola sta cercando qualcuno che raccolga le fragole per qualche giorno massimo una settimana, magari ti può interessare. Eccome se mi può interessare, dico io, che nella vita stavo aspettando solo questa occasione. Lo chiamo e mi accordo sulla mia permanenza montanara, ché venire da Torino ogni giorno non è fattibile e d’accordo vitto e alloggio ci sono al suo agriturismo senza problemi.
    Salgo a milleseicento metri di quota chiedendomi come sia possibile raccogliere le fragole a marzo, e difatti si tratta di pulire i campi dalle erbacce. Mi rimbocco le maniche e comincio a lavorare in compagnia di una ragazza quarantenne del luogo che ha perso il lavoro in agenzia da quasi due anni e che per campare, affrontare un’imminente separazione dal marito e superare la depressione tira avanti con qualsiasi cosa le capiti in mano. Ragazza coraggiosa, solamente un tantino logorroica. L’amica che si era proposta di salire con me per le fragole si è invece tirata indietro, ché con il fango e i dolori alla schiena chi me lo fa fare poi devo spendere tutto lo stipendio per osteopata e manicure.
    Che vista però. E in fondo questa cosa del lavorare la terra mi fa sentire come se tornassi alle origini, come se il sangue mi dicesse che da lì provengo e lì ritornerò, bracciante. Le mie si rivelano le famose braccia rubate all’agricoltura, e trascorsi i giorni delle fragole il capo mi dice cosa ne pensi di rimanere qui fin quando vorrai, ci sono tanti lavori e tu sei in gamba, un’altra così dove la trovo. E io, che oramai i sogni di dottorato e di un lavoro nel mio, di campo, li ho abbandonati da un pezzo e che lasciamo perdere la vita sentimentale, accetto.
    Passano tre mesi in cui pianto lavanda, stelle alpine, genepy, patate e fragole, vernicio staccionate e transumo asini, servo avventori affamati, cucino piatti, pulisco stanze e bagni, distillo digestivi. Tre mesi in cui vivo a stretto contatto con la mia famiglia ospitante, marito moglie e due figli, e con una famiglia allargata che è la comunità montana che mi vuole bene tutta. Divento il fenomeno della cittadina con le lauree che sale in mezzo ai monti e passa le giornate nel fango con la zappa, alla guida del trattore, con i margari e le mucche, con il grembiule e il vassoio, e quando capita con gli scarponi e il bastone per visitare tutto ciò che mi circonda. Tanto che quando ho visto per la prima volta un cervo a due metri di distanza da me mi è venuto da piangere.
    Non me lo chiedo dove sta andando la mia vita, non ne ho il tempo e forse nemmeno mi interessa. Che quasi quasi io ci vengo a vivere in questi posti, ci apro un’attività con qualche fondo europeo, ché la gente qui è genuina e politicizzata mica come in città dove ormai tutto quello che ci si limita a fare è vendere aria fritta.
    Ci penso e lavoro e siamo già a luglio che neanche ho progettato le vacanze perché è certo che passerò tutta l’estate al rifugio. È tutto quasi troppo bello, e difatti da qualche tempo un po’ di tensione mi pare di sentirla, con la moglie del capo che scopro con lividi sul braccio provocati dal figlio sedicenne – una di quelle persone che una volta cresciuta ti auguri di non incontrare mai nella vita. E i silenzi durante le cene insieme stremati a fine giornata, le porte sbattute, i piatti lanciati. E il nostro matrimonio è in crisi da quando abbiamo aperto l’attività. E meno male che ci sei tu con cui scambiare qualche parola e bere una birra a fine giornata, ché la vita è un inferno – il capo. E guarda non so come fare con i due lavori, due figli che mi sovrastano e un marito che se ne approfitta, la vita è un inferno – la capa. E ora che ci penso forse ha una sbandata per te. E allora sai cosa, sono stanca di essere la sua serva, faccio le valigie e me ne vado, voglio vedere cosa succede senza di me.
    Così è andata. Valigie in mano e porta sbattuta. Notte al telefono col marito, della cui conversazione mi giungono “puttana” e “tu che sbavi” e “finché rimane lì lei io non torno”. Eh no. Io a sentirmi dire queste cose non ci sto. Che poi neanche sentire, sarebbe meglio dire origliare. Stupida che non sei altro, un conto è la ribellione e l’emancipazione e un altro è trovare un capro espiatorio per la tua infelicità. Che manco me lo dici in faccia o cerchi un confronto con me. Che fino al giorno prima eri tutta attenta a che mangiassi a sufficienza e non patissi il freddo. Puttana. A me. Sono io, che me ne vado.
    Che sono lesbica non gliel’ho neanche mai detto.

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  15. Alice nel paese
    delle polacche meraviglie

    di Cyrilla Mango

    Alice cominciava a non poterne più di stare a casa disoccupata senza fare niente, una volta o due aveva provato a fare uno stage, ma non c’erano né stipendi né rimborsi. “A che serve un lavoro”, aveva pensato Alice, “Senza stipendio?”.
    Per cui stava cercando di decidere se iscriversi a un master sarebbe valsa la pena o meno, quand’ecco che le passò vicino correndo un coniglio col panciotto.
    “Povero me! Povero me!”, gridava estraendo un orologio,“Sto facendo tardi!”. Incuriosita, Alice lo inseguì e lo vide lanciarsi e sparire in un buco sotto un cespuglio.
    Alice si lanciò dietro di lui, senza chiedersi come sarebbe tornata indietro. Mentre precipitava lentamente si chiese dove sarebbe atterrata, “Di certo a casa diranno che ho avuto un immenso coraggio!”, si disse sbattendo col sedere in una sala piena di porte. Su ognuna c’era scritto qualcosa, ma non riusciva a leggere, tuttavia il coniglio si lanciò sicuro dentro una di esse. Alice chiuse gli occhi e sperò.
    Due secondi dopo si trovava nel mondo più stupefacente che codice del lavoro umano avesse mai creato: la Polonia. Dapprima rimase perplessa. Camminò un po’ a caso e di colpo si perse in un posto oscuro, fu lì che vide una tavola sistemata sotto un albero. Il pensionato marzolino e la lavoratrice soddisfatta prendevano un tè. “Prendi un po’ di vino” la invitò il pensionato. Alice prese posto. “Non è stato educato da parte tua venire in questo paese senza essere invitata, iniziamo a essere un po’ troppi”, disse la lavoratrice soddisfatta. “A me sembra un paese, molto grande c’è posto per tutti”, rispose Alice. “Che giorno del mese è oggi?”, chiese il pensionato aprendo il borsellino. “Il 27!”, rispose Alice. “Guarda Alice, ho ancora il portafoglio pieno. Qui uno stipendio vale tanto. Con una pensione affitti una casa e inviti gli amici a prendere il tè!” “E pensa Alice, quando lavori ti pagano e puoi persino avere un buon lavoro!”, aggiunse la lavoratrice. “Qui siete tutti matti”, disse lei sentendo cose inaudite. “ È il più stupido ricevimento a cui abbia mai preso parte!”. E se ne andò.
    Poco distante si ergeva un grande roseto dove due giardinieri erano intenti a potare le piante. “Non è stata colpa mia”, disse uno all’altro. “Fai meglio a stare zitto, ieri ho sentito dire alla regina che meritavi di essere licenziato!” “E per cosa?” “Scusatemi”, si intromise Alice “Chi è questa regina?”. Alla sua domanda un grande corteo si fece avanti e una grossa signora ingioiellata le si avvicinò con fare sicuro, non sembrava polacca.
    “Chi sei tu? Come ti chiami bambina?”, esordì la donna. “Alice” “Oh bene, sei venuta anche tu a lavorare per la mia ditta delocalizzata?” “Non so di cosa stia parlando signora” “Lo saprai dopo l’incontro col sindacato a cui dovrai testimoniare.” Alice sgranò gli occhi, “Testimoniare cosa?” “Che i due giardinieri parlavano con te, invece di lavorare, ovvio!”. Alice era disorientata, il pensionato marzolino non le aveva parlato di una regina.
    “È perché un pensionato non può essere licenziato”, disse un grosso gatto su un ramo.
    “Micino, potrebbe dirmi da che parte dovrei andare per andare via di qui?”, chiese Alice. “Dipende da dove vuoi andare” “Vorrei tornare a casa, in Italia” “E perché? A questo punto rimani qui. Sai che a vent’anni puoi persino affittare una casa da sola senza coabitare con cinque sconosciuti a spese dei tuoi genitori?”. Alice ci pensò su un attimo, “Che tipo di gente è quella che abita qui?” “Oh siam tutti espatriati felici qui. Io sono espatriato. Tu sei espatriata” “E come lo sai che sono espatriata?” “Devi esserlo per forza, altrimenti non saresti qui”, rispose il gatto scomparendo.
    “Che strano paese è questo”, si disse Alice mentre riprendeva a camminare. “Non so se rimanere oppure no.”
    “Eccola!”, gridò allora il coniglio indicandola. “È lei l’espatriata!” “Bene, che venga assunta e le sia data una casa. Le pagherò uno stipendio, com’è nell’uso polacco!”, sentenziò la regina.
    Alice si sentì felice, così tanto felice e incredula che si accorse di star diventando enorme per la felicità, sempre più grande, più grande, fino al cielo..
    “Svegliati Alice cara”, disse la sorella, “Che sonno lungo hai fatto!”
    “Ho fatto un sogno così strano”, disse Alice aprendo gli occhi. E le raccontò tutto: la Polonia, la regina con la ditta delocalizzata, lo Stregatto espatriato.
    “Un sogno strano davvero, Alice. Ma ora dai, smettila di poltrire e ricomincia a mandare curriculum, a fine mese dobbiamo pagare l’affitto”.
    Così Alice ricominciò a navigare e pensò a quanto meraviglioso era stato quel sogno.
    “Uno stipendio alla maniera polacca” si disse iniziando a informarsi per un corso di lingua.

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  19. NatGeo1

  20. L’inchino

    di bulander

    Lei pilota, lui copilota. Le donne erano più audaci, avevano riflessi molto più rapidi dei maschi ed avevano rivelato queste doti proprio dopo che era invalso anche negli aerei di linea l’uso dell’inchino per divertire i passeggeri. Sì, proprio come tanti anni prima le navi da crociera, come la famosa “Costa Concordia” che s’era schiantata sull’isola del Giglio e stava ancora lì dopo trent’anni tutta arrugginita. All’inizio l’inchino lo facevano solo i voli charter ma da quando era successo quell’incidente a Mosca ci avevano ripensato, i tour operator. I voli charter usano macchine un po’ vecchiotte, manutenzione quasi zero, piloti raccogliticci per risparmiare, magari licenziati da qualche compagnia per difetti fisici o turbe psichiche gravi. Doveva essere uno così quello che s’era buttato come uno Stukas sulla Piazza Rossa. Doveva fare l’inchino al mausoleo di Lenin. Quel giorno a bordo c’era una comitiva della Lega delle Cooperative, tutta gente che aveva sentito parlare dai nonni di un certo Lenin che Stalin (un certo Stalin) lo aveva imbalsamato per invidia. L’aereo, sceso in picchiata, non era riuscito a rialzarsi e si era schiantato in un rione popolare. Per non danneggiare il turismo, fu diffusa la voce che a bordo c’erano terroristi ceceni.
    Per un paio d’anni non si sentì più parlare d’inchini ma poi le esigenze del mercato richiesero il ritorno ad offerte eccitanti per far quadrare i conti delle compagnie aeree. Cominciò l’Estonian Airlines a lanciare una campagna pubblicitaria dove si vedevano piloti e pilote venir istruiti apposta per gli inchini. Ma città come Londra, Parigi, Roma, New York, Madrid, Rio de Janeiro, erano irremovibili: i loro cieli restavano interdetti alle bravate di Estonian. Nemmeno sei mesi dopo, colpo di scena: Ryanair annuncia di essere in grado di offrire inchini in sessantacinque località del globo di grande valore paesistico, dalla vetta del Monte Bianco alla vetta del Kilimangiaro. Ryanair, si sa, è una potenza, le grandi metropoli ci ripensarono e cominciarono una dopo l’altra a togliere i divieti, limitandosi a chiedere cifre consistenti per l’autorizzazione alla picchiata su qualche monumento. Quel giorno Maria José Carreputas, pilota messicana, già titolare nella squadriglia acrobatica “Aguilas de Mexico”, era in servizio da dieci ore. Il copilota, un brocco raccomandato, non faceva altro che sgranocchiare crackers al rosmarino. Mancavano sei ore all’arrivo a Venezia, a bordo c’era una compagnia di ballerini brasiliani e di buontemponi che andavano a gemellarsi con il carnevale veneziano. Era previsto l’inchino al Palazzo Ducale.
    Maria José si sentiva addosso l’influenza, quei brividini premonitori che non promettono nulla di buono. Avrebbe dovuto dormire durante la traversata atlantica, era previsto dalla tabella di volo, ma lasciare quel gioiello di Airbus 783 nelle mani del deficiente che le sedeva accanto era roba da strappare il cuore. “Piuttosto mi riempio di coca e tiro avanti”, aveva pensato. All’altezza di Ancona, punto d’inizio della discesa, la febbre doveva esserle aumentata. Le voci giungevano distanti, malgrado la coca, e un inquietante, confuso, torpore stava avvolgendo le sue membra. Ormai era scesa a duemila metri, in lontananza, in un’atmosfera cristallina, s’intravedeva già il biscione del Canal Grande. Nell’istante esatto in cui la sua mano impresse alla cloche la torsione per la picchiata, una fiammata laggiù nell’area di Marghera fece sprigionare una nuvola nera di tale densità che l’aereo, giunto a contatto di quella, ne fu avvolto al punto che in cabina di colpo scese la notte. Fu questione di frazioni di secondo: con un movimento istintivo Maria Josè riportò in linea il velivolo e puntò in alto il muso per uscire dalla trappola di fumo. Più di un ballerino rimase per la paura morto stecchito, con la cintura allacciata. Una hostess dovette essere ricoverata in preda allo choc. Molti altri occupanti della cabina uscirono malconci, ma vivi, dall’inchino mancato. L’atterraggio all’aeroporto di Tessera fu perfetto. Maria Josè, dopo aver reso la sua deposizione agli inquirenti, dovette affrontare i giornalisti in conferenza stampa, per spiegare cos’era successo e come mai l’inchino era saltato. Al suo fianco il copilota rispondeva a monosillabi alle domande dei giornalisti: “Mi dicono che a Venezia fate dei crackers al rum che sono la fine del mondo. Wow!” fu la sola frase compiuta che gli uscì dalle labbra. Nell’incidente a Marghera erano morti tre operai bielorussi, tre neri dello Zimbabwe, un paio di cambogiani e un dottorando in fisica di Pieve di Soligo che era lì per le pulizie.

  21. paeseDEF

  22. ASPIRINA
    n. 5 Primavera 2014

    REDAZIONE
    Loretta Borrelli, Piera Bosotti, Pat Carra, Manuela De Falco, Elena Leoni, Livia Lepetit, Laura Mango

    Progetto e sviluppo web: mybreadcrumbs.it
    Progetto grafico e lettering dei cartoon stranieri: booh.it
    Traduzioni: Margherita Giacobino e Renata Sarfati (inglese)

    HANNO DISEGNATO E SCRITTO

    Annaurla (Milano) www.annaciammitti.com
    Piera Bosotti (Milano)
    bulander (Milano)
    Pat Carra (Milano) www.patcarra.it
    Giulia D’Anna Lupo (Parigi) www.giuliadanna.com
    Dalia Del Bue (Londra) daliadelbue.blogspot.it
    Liza Donnelly (New York) lizadonnelly.com
    Doaa El Adl (Il Cairo) www.cartoonmovement.com/p/5899
    Margherita Giacobino (Torino)
    Andy Gio (Bologna) andygio.blogspot.it
    Ila Grimaldi (Napoli) www.ilariagrimaldi.it
    Elena Leoni (Milano)
    Livia (Milano)
    Ludwig/Margherita Morgantin (Milano)
    Giuliana Maldini (Milano)
    Cyrilla Mango (Milano) idoloridellagiovanelibraia.blogspot.it
    Sara Menetti (Bologna) www.saramenetti.it
    Marilena Nardi (Treviso) www.marilenanardi.it
    Grazia Nidasio (Certosa di Pavia) www.lastefi.it
    Ysia Osuchowska (Vilnius, Istanbul)
    Clara Rizzitelli (Torino)
    Roz/Rosella Simonari (Jesi) www.theps09.blogspot.it
    Teresa Sdralevich (Bruxelles) www.teresasdralevich.net

    Contatti: info@aspirinalarivista.it

    Edizioni Libreria delle donne di Milano
    Via Pietro Calvi 29 | 20129 Milano
    +39 02 70006265 | fax +39 02 71093653
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    www.libreriadelledonne.it